Rampini a Campiglio: alte riflessioni in alta quota

L’estate non deve essere vissuta solo come un periodo per staccare da tutto ciò che impegna mentalmente, ma anche occasione da cogliere per fermarsi a riflettere là dove ne valga la pena. La pensano così anche i componenti dell’APT di Madonna di Campiglio che, anche quest’anno, hanno organizzato il festival “Mistero dei monti”, giunto ormai alla quattordicesima edizione. Nel corso degli anni sono interventi importanti personaggi di diversi settori della società civile: Massimo Cacciari, Massimo Franco, Beppe Severgnini, Flavio Caroli, Giovanni Maria Flick, Gherardo Colombo, Giovanna Botteri solo per citarne alcuni.

In uno dei primi eventi dell’estate 2016, svoltosi nello spettacolare salone Hofer del Des Alpes, il relatore è stato Federico Rampini, noto giornalista economico e scrittore, da sedici anni corrispondente dagli USA per “La Repubbica”.
Hanno introdotto l’illustre ospite Roberta e Giacomo Bonazza, ideatori del festival che hanno spiegato come il titolo di questa edizione “Vostre altezze”, vada inteso sia in senso metaforico, che come simbolo fisico e come stia a ognuno di noi scalare le vette del pensiero. Viene cioè offerta, a chi coglierà l’invito, l’occasione per creare un angolo di riflessione alto, perché è il presente che ci chiama a farlo. “Sua altezza il presente è impegnativo e difficile da metter a fuoco e bisogna conoscerlo per attraversarlo e viverlo.
Rampini, a questo proposito, non ha deluso il numerosissimo pubblico presente, proponendo una lectio magistralis dal titolo “Sua altezza il presente. L’età del caso, il tradimento delle élites”.

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In questo periodo c’è un vasto rigetto delle frontiere aperte, dei mercati comuni e dei trattati di libero scambio e viene rimesso in discussione tutto ciò che sotto il termine di globalizzazione ha segnato l’ordine economico mondiale dell’ultimo quarto di secolo. Ricordiamo i due importanti trattati da cui questa storia ha origin: l’atto unico (1992) che crea il mercato unico europeo e il NAFTA (North American Free Trade Agreements), negoziato nel 1992 e firmato nel 1994 tra USA, Canada e Messico… Ma fin dall’inizio il mercato unico europeo e il NAFTA avevano in embrione tutti i problemi esplosi oggi… Le riforme degli anni Novanta arrivano al termine di un’offensiva liberista travolgente degli anni Ottanta con Reagan e la Thatcher che avevano delegittimato l’economia mista, il capitalismo di Stato e la concertazione sindacale.
Il crollo del muro di Berlino, che sancisce il fallimento dei sistemi comunisti e l’implosione dell’URSS, è l’altra faccia di una storia di successo, mentre dall’altra parte del muro l’America e l’Europa occidentale conoscono decenni di sviluppo e benessere che coincidono con i primi esperimenti di smantellamento parziale di una linea doganale…
Negli anni Novanta la parola d’ordine diventa ancora più forte e incita ad andare ancora più avanti: Reagan e la Thathcer sposano le idee dell’economista Friedman e si pensa che qualsiasi laccio che freni il mercato vada abolito, perché impedisce il dinamismo e la creazione di ricchezza.”

A questo punto, il giornalista segnala un altro anno molto importante, il 2001, che vede l’ingresso della Cina nel WTO: “La storia imbocca una svolta improvvisa e dalle conseguenze inattese. La cooptazione della Repubblica Popolare Cinese, la più grande nazione del pianeta e potenza comunista, è un progetto all’origine made in USA. Il capitalismo americano, infatti, aveva già articolato una delocalizzazione, spostando il manifatturiero là dove i costi sono più bassi, delegando alla periferia dell’impero le produzioni più inquinanti e concentrandosi sulle attività ad alto valore aggiunto. La Silicon Valley ha capito per prima i vantaggi di una simbiosi con la Cina e la catena produttiva di Apple, voluta da Steve Jobs, è da questo punto di vista esemplare : gli operai in Cina e gli ingegneri in America… Ha inizio una storia spettacolare segnata dalle esportazioni che produrranno uno shock per loro e per noi; il miracolo cinese si produce su dimensioni che non hanno precedenti nella storia umana. E dopo la Cina, tocca all’India, soprattutto sotto la guida di Sonia Gandhi ed anche l’elefante addormentato indiano si risveglia con una terapia di liberalizzazione. La geografia dello sviluppo si allarga, riassunta in un acronimo di successo, BRICS, ( Brasile, Russia, Cina e Sudafrica). In un quarto di secolo nasce nei paesi emergenti un ceto medio di persone per le quali la globalizzazione ha un effetto positivo. Così, non a caso, il regime autoritario di Pechino riesce a consolidare un consenso di massa e a smentire le profezie ottimistiche dei due Bill, Clinton e Gates, sull’inevitabile transizione della Cina alla democrazia.
E’ bene ricordare, a questo proposito, ciò che sostiene l’economista Milanovic che ci apre gli occhi su questa contraddizione: la globalizzazione ha reso il mondo più ineguale, divaricando, all’interno delle Nazioni, la soglia dei ricchi”
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Rampini aggiunge: “Se ricordiamo le origini di questo capitolo della globalizzazione e come ci è stato presentato da tanti,me compreso, il modello verso cui si andava, ora dobbiamo dire con onestà che abbiamo raccontato delle favole, presentando un percorso meraviglioso di globalizzazione.”




Importante, alla luce di quanto sta oggi succedendo nella nostra Europa, la digressione biografica che lo riguarda. Avendo frequentato le scuole a Bruxelles con compagni di banco francesi, olandesi, tedeschi e belgi “… Sono nato praticamente in Europa e con la prima Europa Unita, perché a due anni i miei si trasferirono a Bruxelles e mio padre fu tra i primi funzionari italiani della Commissione. Ma proprio per questo mi sono sentito ancora più italiano; mentre l’unione con i nostri vicini mi sembrava naturale, fisiologica, sentivo anche il bisogno di aggrapparmi ad una identità per non soccombere nei confronti dei miei vicini provenienti da Paesi prestigiosi. Ma non era facile per un italiano. Per rendere più realistica la percezione, mi bastava andare nei quartieri poveri di Bruxelles, dove c’era l’Italia dei nostri emigranti che ancora negli anni Sessanta stavano affluendo in Belgio come minatori delle miniere di carbone e per svolgere altri umili lavori. I loro figli non potevano nemmeno andare a scuola, solo qualcuno riusciva a frequentare corsi per i meno abbienti. Parlavano un italiano stentato e io cominciai a frequentarli in modo più assiduo grazie a un sacerdote, mio insegnante di religione, impegnato a dar loro lavoro, in modo che acquisissero coscienza dei propri diritti. Io cominciai a rendermi utile nei corsi serali, dove aiutavo i ragazzi nei compiti. Quelle frequentazioni mi fecero capire concretamente cosa significava inserirsi nell’Europa del Nord portandosi dietro la zavorra della questione meridionale, adattarsi alla rivoluzione sessuale, dopo esser nati con la morale cattolica del nostro Sud. I miei coetanei subivano ogni giorno il razzismo dei belgi ed erano appena un gradino più su dei marocchini. Su di loro, ragazzi venuti dal nostro sud, facile era l’insulto italiani mafiosi a scuola, al lavoro come al bar. I sindacati belgi tenevano ai margini gli italiani, ma quel nucleo di amici, che si era formato alla scuola serale del don, si allargò fino a diventare un’organizzazione e dopo anni di lotte, proprio grazie a loro, tutti gli immigrati, compresi gli extracomunitari, conquistarono il diritto di voto. Questa lezione di vita mi è tornata in mente di recente, in occasione degli attentati terroristi di matrice islamista a Bruxelles che, pur essendo io ormai spesso lontano dall’Europa, ho continuato a frequentare. In particolare mi è tornato in mente Mohamed, marocchino, che due volte alla settimana aiutavo a fare i compiti e i cui genitori mi invitavano a casa per la merenda. Il nostro mondo comune era nella zona che avete trovato nelle mappe in occasione delle stragi. La città non era ancora invasa dai nuovi palazzi che oggi ospitano le istituzioni internazionali, ma quella zona centrale di Bruxelles era abitata da immigrati marocchini insieme a italiani, spagnoli, greci e tunisini. Tra noi e loro, cioè tra mediterranei cattolici ed islamici, allora colpivano soprattutto le somiglianze. Ad esempio, nel fine settimana si andava a far la spesa insieme al mercato della stazione, dove le bancarelle dei marocchini erano una profusione di odori, a quell’epoca ancora esotica nell’Europa del Nord. Oltre alla nostalgia dei sapori, c’era un’altra cosa in comune: l’immigrato italiano e spagnolo e quello nordafricano erano uniti dalla stessa aspirazione: integrarsi, farsi accettare, essere all’altezza della società nord europea che si percepiva come un traguardo, una conquista. Questa era la ragione per cui, secondo il padre di Mohamed, bisognava ridurre le differenze con la popolazione locale. Nell’arco di una o due generazioni si è consumata una rottura totale, drastica e questo prima ancora che apparisse la jihad. Il cambiamento è avvenuto in una parte della comunità islamica, proprio mentre il Belgio migliorava, diventando meno razzista. Al tempo stesso, però, una parte crescente dell’immigrazione islamica cambiava atteggiamento verso di noi e l’inizio di quel capovolgimento coincide per molti aspetti con la rivoluzione di Khomeyni in Iran (1979) con l’instaurazione di una teocrazia sciita che denuncia l’Occidente come una civiltà decadente, immorale, corrotta e peccaminosa.”
Rampini sostiene una tesi coraggiosa:” ciò che rimane impresso è un prima e un dopo, perché da un certo momento in poi tanti immigrati musulmani hanno deciso che non vogliono integrarsi, non completamente, non culturalmente, non nei nostri valori e questo non ha equivalenti negli altri immigrati.” Il giornalista si spinge ancora più in là, affermando che “tanti islamici hanno cominciato a pensare che la loro fosse una civiltà superiore e che, perciò, devono evitare ogni contaminazione con noi. E allora, a proposito di tradimento delle élites, di quelle nostre élites che si aggrappano a luoghi comuni e stereotipi, ecco che continuano a raccontarvi che gli immigrati sono prigionieri nei ghetti, intrappolati in condizioni economiche disagiate. Quando il Belgio era veramente un Paese razzista, nessuno dei nostri immigrati imbracciò un kalashnikov per farsi giustizia e non c’erano in circolazione ideologie di vendetta e morte. E quando arrivò qui in Italia il terrorismo rosso, i nostri immigrati diffidarono subito, considerando quella un’ideologia da giovani borghesi.
Il giornalista torna a criticare il pensiero comunemente diffuso: “ Oggi vi raccontano che la jihad nasce dall’ingiustizia sociale, ma questo non vale certamente, però, per uno dei capi della strage di Parigi, il cui padre era molto benestante e lui aveva frequentato una delle migliori scuole private di Bruxelles. Nei testi dei terroristi non mancano proclami ideologici e testi di propaganda che dilagano virali sui social media, ma non parlano mai della disoccupazione e nemmeno denunciano i problemi sociali nelle banlieu. Ciò che gli estremisti odiano non è lo sfruttamento economico e le diseguaglianze sociali, ma ciò che denunciano è lo Stato laico, la libertà d’espressione, di costumi, il fatto che le donne possano studiare e lavorare. Se fosse vero che le diseguaglianze generano terrore, allora il brigatismo dovrebbe esistere ancora oggi. No, le ideologie di morte hanno vita autonoma ed è, quindi, sul piano delle idee che vanno analizzate, contrastate e sconfitte.”

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Lo scrittore torna indietro nel tempo, parlando del rapporto con la Russia, con un’altra interessante digressione autobiografica con la quale spiega un’ulteriore contraddizione imperante nel nostro presente: “Ero un giovane iscritto al PCI quando Berlinguer si staccò dall’URSS con un’operazione lenta e faticosa, il cosiddetto scisma d’Occidente, avvicinandosi alle socialdemocrazie europee. Io non avevo ruoli politici, ma mi infilavano nelle delegazioni ufficiali e partecipai a diversi congressi all’estero. A noi, anche a noi giovani comunisti, piaceva poco quel mondo inefficiente e corrotto; erano quelli delle Nazioni dell’URSS a invidiare noi e i nostri usi e costumi. Il mito dell’Unione Sovietica (“A Mosca, a Mosca”) resisteva solo tra i vecchi compagni.
Rampini si ricollega all’oggi, affermando un po’ sconfortato che “adesso quello slogan mi tocca sentirlo da Trump, il cui flirt con Putin è all’ordine del giorno, con gli aspetti più beceri che sfidano il buon senso. Con Putin il tycoon newyorchese ha affinità elettive che riguardano anche punti sostanziali: Trump ammira Vladimir come un modello nella lotta al terrorismo islamista, è indulgente verso l’aggressione russa in Crimea e, parlando della Nato, la tratta come un optional mettendo in dubbio la volontà degli USA di difendere alcune Nazioni da un eventuale e ulteriore espansionismo russo. Sembra abbastanza incredibile che il partito repubblicano, dopo aver idolatrato in Reagan il vincitore della guerra fredda, colui che mise in ginocchio l’Impero del male, l’URSS, oggi diventi filo-Putin nella figura del suo leader. E’ la stessa ragione per cui tutte le destre europee simpatizzano per l’uomo forte di Mosca, così come i dirigenti degli Stati dell’Europa dell’Est che riecheggiano temi cari a Putin anche se diffidano delle sue mire espansionistiche. Uno studioso del giornale tedesco Die Zeit spiega così il fascino di Putin: la sua ideologia dell’ordine parte dalla premessa che la liberaldemocrazia ha generato il caos, le frontiere aperte hanno distrutto posti di lavoro e favorito l’immigrazione di massa; tutto ciò che viene visto come negativo, dai matrimoni gay, alla liberalizzazione delle droghe e la tolleranza sull’ISIS, fa parte del lassismo permissivista e della debolezza morale che ha sempre preceduto la caduta di un Impero. L’ideologia dell’ordine ha le sue medicine da offrire: nazionalismo, militarismo, maschilismo fino al patto con la Chiesa ortodossa. Non tutti gli ingredienti sono seducenti, ma ciascuno, da Trump a Orban, passando per la Le Pen e Salvini, si sceglie ciò che gli piace di Putin. Trump si proclama come colui che ristabilirà in America la legge e l’ordine in una società descritta sull’orlo del collasso… E anche se Trump è per me un personaggio inquietante, tuttavia bisogna dargli atto che individua il problema, dicendo con molta brutalità cose che rispondono ad un sentimento diffuso in una parte della società americana”.
Il giornalista termina richiamando l’attenzione sul fatto che “può sembrare anacronistica questa riscoperta del modello russo, ma è anche questa una conseguenza del tradimento delle élites. Alle paure di un’opinione pubblica angosciata dalla crisi economica e dal terrorismo, l’establishment ottimista ha risposto recitando a oltranza la stessa fiaba.”




Rispondendo alle domande di un pubblico molto interessato, desideroso di approfondire i vari temi e riprendendo subito il discorso relativo alle Presidenziali americani, Rampini sostiene che “l’America è un Paese spaccato a metà e le elezioni si decideranno per pochi punti percentuali. L’americano medio non esiste, o comunque è una piccolissima percentuale della popolazione che si sposta tra un partito e l’altro ed è sempre più raro… Inoltre, c’è stato un ripensamento anche tra coloro che votarono Bush e sostennero la sua politica estera: non sono più convinti che si possa esportare la democrazia con le armi, tant’è vero che il linguaggio che sentite da Trump è sconcertante, ma anche interessante, in quanto cavalca una posizione antica di una certa destra americana, isolazionista, che predica di stare a casa propria, dove già ci sono tanti problemi. Trump non è un fautore di interventi, anzi preferisce lasciare combattere l’ISIS a Putin e nell’elettorato repubblicano che ha scelto di votare Trump è prevalsa proprio la corrente isolazionista.”

Sollecitato, il giornalista spiega, quindi, cosa intende per tradimento delle élites: “ Mi riferisco anche alle sinistre che negli anni Novanta con vari leader, in particolare Clinton e Blair, hanno abbracciato l’ideologia neoliberista e fatto promesse prive di fondamento sui benefici universali e generalizzati della globalizzazione e dell’apertura delle frontiere. Aggiungo, tuttavia, anche la categoria dei giornalisti, degli opinionisti e degli economisti, perché c’è stato un conformismo generale. Loro ci hanno guadagnato, ma tanti in mezzo a noi hanno perso. E’ iniziato col settore industriale manifatturiero e molti di noi si sono voltati dall’altra parte quando chiudevano le fabbriche ed erano gli operai a rimanere disoccupati. Poi, piano piano, l’onda ha investito anche gli intellettuali, con sempre più colletti bianchi impoveriti e il malessere è diventato ancora più ampio. Quindi il tradimento delle elitès è questo: abbiamo acriticamente raccontato degli effetti della globalizzazione, ma la realtà è molto diversa…”

Quanto al referendum costituzionale, sul quale viene chiesto il suo punto di vista, Rampini ricorda di vivere”da sedici anni lontano da qui e per questo trovo abbastanza curioso che mi chiedano di Renzi dal momento che non sono il massimo esperto in materia. Comunque, mi sento ancora profondamente italiano negli affetti e, quindi, quello che accade qui mi riguarda. Non mi sono ancora formato un’opinione su ciò che voterò al referendum… Quello che io esito ad abbracciare è la tendenza degli italiani a vedere sempre la costruzione di un regime, il tentativo di trasformare il sistema politico italiano in un sistema un po’ più decisionista. Il nostro è un Paese allergico a governi che governano. Dopodiché, devo dire che più ascolto le critiche, e più mi rendo conto che questa riforma costituzionale è piena di difetti. Ciò che non mi convince, però, ripeto, è l’idea che ci sia sempre un regime in arrivo, sempre un uomo forte che sta per travolgere la democrazia. In verità ciò non accade e la politica rimane sempre caotica e confusa, così come il funzionamento delle istituzioni rimane complicato. Davvero, però, non trasformatemi in un guru della politica italiana!”

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Il discorso torna, quindi, sul Medio Oriente, sulla diffusione del terrorismo e, riprendendo la domanda che gli viene posta, sull’Iran, dove ”stanno accadendo cose interessanti. Credo che uno degli atti in politica estera di Obama che ricorderemo tra i più audaci e lungimiranti, anche se contestatissimo in America, sarà proprio l’accordo sul nucleare con l’Iran. A tal proposito, sono fiducioso sulle conseguenze sul piano geo-strategico. Ho citato prima il 1979 con la rivoluzione di Khomeyni, perché per la prima volta in Medio Oriente si instaura una teocrazia, nella quale elemento religioso islamico e politico dittatoriale si fondono con la pretesta dichiarata di esportare il modello rivoluzionario. Anche in quel caso ci fu un errore delle potenze occidentali che applaudirono alla rivoluzione di Khomeini che, se è vero che ebbe il merito di spodestare lo Scià di Persia, non si rivelò nei fatti poi migliore.”

E’ successo, invece, che alcuni Stati abbiano avuto élites, classi dirigenti che hanno saputo pilotare i popoli verso la modernità e il progresso. Un riferimento storico per chiarire: all’ONU abbiamo un segretario sud coreano, Bank Hi Moon, che potuto studiare e laurearsi perché da piccolo i manuali glieli pagava l’ONU, precisamente l’Alto Commissariato per i profughi, perché la Sud Corea era un Paese stremato dalla guerra e Bank Hi Moon cresceva appunto in un campo profughi. Quando oggi diciamo Corea del Sud, immediatamente, però, pensiamo a Samsung, Hiunday… a conferma che è un Paese avanzatissimo, uno dei più ricchi del Mondo.
Un altro riferimento storico, che ci aiuta a capire meglio l’oggi, è questo: negli anni Cinquanta Paesi come Egitto, Marocco, Algeria avevano un reddito pro capite molto superiore a quello di altre Nazioni, ma il mondo del nord Africa ha avuto classi dirigenti disastrose e gli autori dei colpi di Stato si sono rivelati incapaci e ladri. Questo fallimento generale ha impedito a quei Paesi di seguire la traiettoria di altri, tra cui Cina e India in particolare. Da un certo momento in poi quelle classi dirigenti hanno cominciato a dirottare il malcontento dei popoli verso di noi e tutto ciò che andava storto veniva reinterpretato attraverso una lettura di vittimismo permanente con una richiesta di risarcimento alle potenze coloniali. Questo atteggiamento non ha mai attecchito in un Paese che avrebbe avuto tutte le ragioni per farlo, l’India, la più grande colonia saccheggiata. Dal 1946, anno dell’indipendenza, la classe dirigente indiana ha deciso di voltar pagina, proclamandosi loro stessi padrini del proprio destino. Non hanno manifestato alcun interesse ad alimentare malcontento verso quanto gli inglesi avevano fatto. L’India si è così incamminata verso il progresso economico, pur avendo ancora molte diseguaglianze e ingiustizie, con un dibattito politico vivace, dove nessuno si sogna di dire che è colpa dell’Occidente…”

Tornando a parlare di ciò che sta succedendo in questo periodo, è proprio “quella cultura del vittimismo e del rancore, instaurata dal Nord Africa al Medio Oriente, il punto di contatto tra l’Islam moderato e il jihadismo. Questa è una delle cose più delicate da dire e da affrontare. Dobbiamo certamente ricordare sempre che la jihad non riguarda l’Islam nel suo insieme, che comprende più di un miliardo di persone. Molti musulmani non approvano i metodi violenti e finiscono anzi per essere vittime loro stessi del terrorismo. Quando, però, abbiamo detto tutte queste cose, non possiamo fermarci, perché c’è un problema che riguarda tutto l’Islam: finché in quel mondo rimarrà la cultura del vittimismo, ci sarà sempre terreno fertile per i terroristi ed è più facile si innesti la jihad, sia pure in minoranze. Che gli imam abbiano portato la solidarietà nelle Chiese in Francia e anche in Italia è un bellissimo e importantissimo gesto, da non sottovalutare, ma da solo non basta. Adesso devono farsi carico di quello che anche dentro l’Islam moderato ha favorito il germinare della jihad.”




Rampini cita Obama che ha detto che non è sufficiente sconfiggere il terrorismo sul piano militare. E questo è abbastanza chiaro agli esperti di terrorismo. “Comunque le cose dal punto di vista militare sembrano andare abbastanza bene. Non è, quindi, escluso che si arrivi alla totale sconfitta militare che in parte può aiutare, perché il mito del grande Califfato ha contribuito ad avvicinare i giovani ai terroristi. Non basta, però, perché ormai il virus è in circolazione e se anche lo Stato Islamico si ritira, nel frattempo ha avvelenato i pozzi. Sono in circolazione idee autonome e, anzi, le sconfitte militari possono addirittura eccitare una voglia di vendetta. Questo non significa che non si debbano cercare soluzioni militari al terrorismo anche in casa nostra. Negli attentati in Francia, Nizza e Rouen, ciò che colpisce è che molti dei giovani terroristi avevano precedenti penali. Forse uno dei problemi su cui va posta la questione è un certo lassismo nelle nostre leggi nei confronti di persone con precedenti penali che vengono messe in liberà molto facilmente. Una questione specifica riguarda anche l’indottrinamento nelle carceri: i giovani entrano ed incontrano qualcuno che li convince che possono diventare combattenti, eroi e martiri, riscattando la loro vita in nome di certi valori. Perciò serve un’azione di sorveglianza specifica dentro le carceri.
C’è anche un tema che riguarda la criminalizzazione di ideologie jihadiste sui nostri social media, dove circolano proclami ad esse riconducibili… insomma, vanno trovati strumenti specifici per aggredire il male del nostro tempo.”

Rampini torna ancora indietro nel tempo, per spiegare meglio cosa intende: “ Voglio ricordare che qui in Italia abbiamo avuto il terrorismo e, i meno giovani se li ricordano, sono stati anni terribili, atroci per l’alto bilancio di vittime e anche per un certo incancrimento del clima politico. Ero appena tornato dal Belgio per l’università e mi sono trovato in uno dei momenti peggiori della nostra storia. Quello che ci ha salvato è stata la serie di interventi attuati, che sono andati dalla sfera militare, con un diverso modo di combattere i terroristi, alla sfera giudiziaria, con un diverso modo di interrogarli, fino ad arrivare alla sfera politica. Qui faccio un parallelo con quanto detto prima sull’Islam moderato: ovviamente il PCI non aveva sostenuto il terrorismo delle brigate rosse, però a un certo momento capì che doveva fare un’operazione di grande onestà intellettuale, e cioè riconoscere che i terroristi erano schegge impazzite che si erano impadronite di una parte di storia della sinistra italiana, del movimento operaio. E allora il PCI capì che doveva esser il primo a scendere nelle piazze a sostenere la democrazia in un’epoca nella quale c’erano ancora ambiguità nella sinistra extraparlamentare. Fu una scelta complicata, come lo è oggi per l’Islam moderato, ma andava fatto. Se il PCI non fosse sceso in piazza in massa per fermarlo, il virus ideologico avrebbe potuto durare a lungo. Poi tanti altri hanno fatto il loro dovere, tanti poliziotti e magistrati sono morti; è stata un’operazione con tanti, tanti protagonisti. E la stessa cosa deve accadere ora col terrorismo islamico.”

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Come avete visto, sono stati trattati temi che fanno parte della vita di ognuno di noi, che ci sentiamo, ogni giorno di più, sommersi dagli eventi e, a volte, avvertiamo la nostra incapacità di mettere a fuoco il contesto storico e internazionale di questo nostro tempo in continuo movimento verso sviluppi che non ci piacciono, anzi ci fanno proprio paura.
Federico Rampini ha affrontato questi temi, offrendo una lettura della realtà argomentata e, soprattutto, niente affatto scontata e banale. Una lettura sulla quale ciascuno potrà ora fare quelle riflessioni personali utili a capire un po’ di più il difficile momento che stiamo vivendo, magari chiedendosi se e che cosa può fare per contribuire a cambiare qualcosa.
Capire il presente è sempre più necessario per non sentirci persi come viandanti nelle nebbie. Un modo per parlarne, dai monti al mondo.

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